Google Android, la multa Ue da 4,1 miliardi è definitiva: otto anni per una sentenza
In questa analisi5 sezioni
Sezione 01 di 05: La sentenza
Il 2 luglio 2026 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha respinto integralmente l’impugnazione di Google e della controllante Alphabet nella causa C-738/22 P. Diventa così definitiva la sanzione per abuso di posizione dominante legata al sistema operativo Android: 4,125 miliardi di euro, come fissato dal Tribunale Ue nel 2022, contro i 4,34 miliardi decisi dalla Commissione nel luglio 2018.
Al centro del caso ci sono gli accordi con produttori di smartphone e operatori. La licenza del Play Store era subordinata alla preinstallazione di Google Search e Chrome. Gli accordi «anti-frammentazione» vietavano di vendere dispositivi con versioni di Android non approvate da Google. La parte relativa alla condivisione dei ricavi pubblicitari in cambio dell’esclusiva sul motore di ricerca era già stata annullata dal Tribunale, da cui la riduzione dell’importo.
Sezione 02 di 05: Cosa dice la Corte
Il comunicato ufficiale della Corte fissa alcuni principi destinati a pesare oltre questo caso. Per dimostrare un abuso non è sempre necessario provare che la condotta escluda un concorrente «altrettanto efficiente»: date le caratteristiche dei mercati digitali, il Tribunale poteva concludere che quelle pratiche restringevano la concorrenza e alzavano barriere all’ingresso senza applicare quel test. Né serve, in ogni caso, un’analisi controfattuale sistematica.
La Corte conferma inoltre l’esistenza di un effetto di inerzia a favore delle app preinstallate: la maggior parte degli utenti non cambia ciò che trova sul telefono. Google non ha dimostrato che il proprio successo dipendesse soltanto dalle preferenze degli utenti o dalla qualità dei servizi. L’azienda ha dichiarato di non condividere la decisione, che a suo dire non riconosce gli investimenti fatti per mantenere Android aperto e gratuito.
Sezione 03 di 05: Perché conta
Il primo elemento è il tempo. Tra la decisione della Commissione e la sentenza definitiva sono passati otto anni. Nel frattempo la ricerca su mobile si è consolidata attorno a chi controllava le impostazioni predefinite: la sanzione arriva quando la posizione che quelle pratiche hanno contribuito a difendere è ormai acquisita.
Il secondo è giuridico. Dopo il caso Google Shopping, confermato nel settembre 2024, anche Android stabilisce che le autorità possono valutare gli effetti di una condotta nel contesto economico reale, senza essere vincolate a test pensati per mercati tradizionali. Un’indicazione rilevante per i procedimenti ancora aperti, a partire da quello sulla pubblicità online, sanzionato dalla Commissione nel settembre 2025 con 2,95 miliardi e che Google ha annunciato di impugnare.
Il terzo riguarda chi ha subito il danno. Una decisione della Commissione divenuta definitiva vincola i giudici nazionali (articolo 16 del regolamento 1/2003): concorrenti e operatori danneggiati possono chiedere il risarcimento senza dover dimostrare di nuovo l’abuso.
Sezione 04 di 05: Dall’antitrust al DMA
La lezione più evidente è che l’antitrust a posteriori, da solo, non basta. Per questo l’Unione ha adottato il Digital Markets Act: Alphabet è designata come gatekeeper anche per Android, Chrome e Google Search, e l’articolo 6, paragrafo 3, impone di consentire la disinstallazione delle app, la modifica delle impostazioni predefinite e schermate di scelta per motore di ricerca e browser. Obblighi che valgono subito, senza attendere un decennio di contenzioso.
La posizione di Algopolio
Sezione 05 di 05: Il punto per Algopolio
Per Algopolio la sentenza conferma un principio semplice: chi controlla il dispositivo non può usare quel controllo per decidere al posto dell’utente quale motore di ricerca o quale browser utilizzare. Le impostazioni predefinite non sono un dettaglio tecnico, ma il punto in cui si decide l’accesso all’informazione.
La pluralità delle fonti comincia da lì. Ed è lì che le regole devono funzionare in tempo utile, non otto anni dopo.