Class Action vs Google · accolta dal Tribunale di Milano

Google paga 50 milioni ai dipendenti neri: la forza delle azioni collettive

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Sky TG24Sky TG24, 10 maggio 2026
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In questa analisi5 sezioni
  1. 01L’accordo
  2. 02Perché lo strumento collettivo conta
  3. 03L’arbitrato come scudo
  4. 04Il quadro europeo
  5. 05La scala moltiplica le responsabilità

Sezione 01 di 05: L’accordo

Google pagherà 50 milioni di dollari per chiudere una class action promossa negli Stati Uniti da dipendenti neri. La causa, avviata nel 2022 dall’ex dipendente April Curley davanti al tribunale federale del Distretto settentrionale della California, accusava l’azienda di inquadrare i lavoratori neri a livelli inferiori alle loro qualifiche, di pagarli meno dei colleghi e di ostacolarne le promozioni. All’inizio di maggio 2026 il giudice ha approvato in via definitiva l’accordo, ritenendolo equo, ragionevole e adeguato.

La transazione riguarda dipendenti dei livelli da 3 a 6 che hanno lavorato in California e a New York tra il 2017 e il 2023. Oltre al fondo economico, prevede analisi periodiche sull’equità retributiva, canali di segnalazione rafforzati, più trasparenza sulle retribuzioni e limiti all’arbitrato obbligatorio per le controversie di lavoro fino ad almeno agosto 2026. Google non ammette responsabilità, respinge le accuse e si dice impegnata a trattare tutti i dipendenti in modo equo.

Sezione 02 di 05: Perché lo strumento collettivo conta

Il caso va oltre il rapporto di lavoro. Una discriminazione di questo tipo, se esiste, non è visibile nel singolo contratto: emerge solo confrontando migliaia di posizioni, stipendi e carriere. Un lavoratore da solo difficilmente ha accesso a quei dati, né la forza per sostenere anni di contenzioso contro una delle società più capitalizzate al mondo.

L’azione collettiva rovescia questa asimmetria. Aggrega danni dispersi, rende sostenibili i costi della causa e obbliga l’impresa a rispondere di un modello, non di un episodio. «Questo caso riguarda la responsabilità, pura e semplice», ha detto l’avvocato Ben Crump, tra i legali dei ricorrenti. Gli impegni non economici mostrano che il risultato può incidere sulle pratiche, non solo sul bilancio.

Sezione 03 di 05: L’arbitrato come scudo

Il riferimento all’arbitrato non è un dettaglio. Negli Stati Uniti le clausole di arbitrato obbligatorio, inserite nei contratti di lavoro e nei termini di servizio, sono uno degli strumenti con cui molte imprese evitano i tribunali e, soprattutto, le azioni collettive. Che una transazione intervenga proprio su questo punto, anche se solo per un periodo limitato, indica quale sia la vera posta in gioco: il diritto di agire insieme.

Sezione 04 di 05: Il quadro europeo

In Europa lo strumento si è rafforzato negli ultimi anni. La direttiva (UE) 2020/1828 sulle azioni rappresentative consente a enti qualificati di agire per la tutela degli interessi collettivi dei consumatori, anche per ottenere un risarcimento. Il Digital Markets Act, all’articolo 42, e il Digital Services Act ne hanno esteso l’applicazione alle violazioni delle proprie regole: un gatekeeper che non rispetta i suoi obblighi può essere chiamato a risponderne non solo davanti alla Commissione, ma anche davanti ai giudici nazionali, su iniziativa collettiva.

In Italia la riforma introdotta dalla legge 31 del 2019, in vigore dal 2021, ha portato l’azione di classe nel codice di procedura civile, aprendola alla tutela di diritti individuali omogenei e non più ai soli consumatori.

La posizione di Algopolio

Sezione 05 di 05: La scala moltiplica le responsabilità

Per Algopolio la responsabilità delle piattaforme non può dipendere soltanto dalla capacità delle autorità pubbliche di aprire procedimenti, che spesso durano anni. Cittadini, utenti e lavoratori devono poter agire insieme quando una stessa pratica produce danni in serie.

Le azioni collettive non sostituiscono le regole, ma ne rendono possibile l’applicazione dal basso. E ricordano alle Big Tech che la scala, se moltiplica i profitti, moltiplica anche le responsabilità.