Governare l’innovazione è una scelta politica
- Algopolio
- 3 gen
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Fonte: Il Sole 24 Ore – Paolo Benanti, «La capacità di governare l’innovazione tecnologica ne definisce l’esito etico», 18 dicembre 2025.
L’illusione tecnocratica della crescita automatica
Nel dibattito sull’intelligenza artificiale generale, Paolo Benanti smonta una delle illusioni più persistenti: che l’aumento della capacità computazionale produca automaticamente benessere collettivo. Le proiezioni macroeconomiche ottimistiche ignorano una variabile decisiva: la distribuzione del valore.
L’AI può aumentare la produttività, ma non decide chi ne beneficia. Senza governo politico, l’automazione cognitiva rischia di ampliare le disuguaglianze, comprimere il lavoro umano e concentrare ricchezza e potere nelle mani di chi controlla l’infrastruttura tecnologica.
Capitale algoritmico e crisi del lavoro
Il nodo centrale è l’asimmetria: i profitti dell’AI tendono a concentrarsi nel capitale computazionale, mentre i costi sociali ricadono sul lavoro e sul welfare. Non si tratta di demonizzare l’innovazione, ma di riconoscere che il mercato, da solo, non è in grado di gestire una trasformazione di questa portata.
La proposta implicita è radicale: se l’intelligenza artificiale diventa un fattore produttivo strutturale, allora deve essere trattata come tale. Fiscalità, redistribuzione, nuove forme di garanzia sociale non sono ostacoli all’innovazione, ma condizioni di sostenibilità democratica.
Il vero rischio: lasciare decidere agli algoritmi
Benanti ribalta la prospettiva: il problema non è che l’AI decida al posto nostro, ma che accettiamo di non decidere più. Ogni rinuncia alla governance è una scelta politica mascherata da neutralità tecnica.
Per Algopolio, questo è il punto decisivo. L’esito etico dell’innovazione non dipende dalla potenza dei modelli, ma dalla capacità collettiva di porre limiti, imporre regole, redistribuire valore. Senza questa capacità, l’intelligenza artificiale non sarà uno strumento di progresso, ma il dispositivo perfetto per rendere permanenti le disuguaglianze.

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