Lo strapotere delle Big Tech: il potere privato che condiziona la democrazia
- Algopolio
- 21 ott
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Le Big Tech non sono più aziende, ma potenze politiche globali
Nell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera, Marina Berlusconi denuncia la trasformazione dei colossi tecnologici in veri e propri attori politici globali. Le Big Tech – da Meta ad Alphabet, da Amazon ad Apple e Microsoft – non sono più semplici aziende private: il loro valore economico supera il PIL di interi Paesi, e il loro potere d’influenza penetra ormai in ogni aspetto della vita democratica. Queste imprese, nate come strumenti di innovazione, detengono oggi il controllo dei dati personali, dei flussi informativi e della formazione dell’opinione pubblica, spostando l’asse del potere dal pubblico al privato.
Dal progresso tecnologico al dominio culturale
L’articolo sottolinea come la rivoluzione digitale, pur avendo migliorato la vita quotidiana, abbia anche generato nuove forme di dipendenza e condizionamento. Attraverso algoritmi capaci di selezionare e amplificare contenuti, i giganti della rete orientano il dibattito sociale e politico, alimentando fenomeni di polarizzazione, odio linguistico e disinformazione sistematica. La Berlusconi richiama l’attenzione su ciò che definisce un “brodo culturale della radicalizzazione”, nel quale la tecnologia, anziché liberare, rischia di asservire la società a logiche di controllo e profitto.
Il nodo democratico e il controllo delle informazioni
L’intreccio fra tecnologia e potere politico, come evidenziato anche da studiosi citati nell’articolo – tra cui Jacques Ellul e Alexander Karp (fondatore di Palantir) – mostra quanto l’infrastruttura digitale sia ormai inseparabile dagli equilibri geopolitici globali. Negli Stati Uniti, osserva Berlusconi, la simbiosi fra Silicon Valley e apparato statale ha prodotto un nuovo tipo di sovranità tecnologica, nella quale il consenso non è più costruito con idee, ma con dati e algoritmi. Il caso emblematico è quello di Facebook e del progetto Alamo, che nel 2016 avrebbe reso disponibili a Donald Trump informazioni sui comportamenti di oltre 220 milioni di americani, dimostrando quanto fragile sia oggi la linea che separa pubblicità, manipolazione e propaganda.
La sfida culturale: il ruolo dell’editoria e del pensiero critico
In un passaggio di forte valore simbolico, Berlusconi rivendica la necessità di una “forza lenta dei libri”, capace di contrastare la velocità ingannevole del digitale. Solo la cultura umanistica e il pensiero critico – afferma – possono offrire un argine alla colonizzazione algoritmica e restituire spazio all’autonomia intellettuale. La rivoluzione tecnologica, prosegue, non può essere lasciata alle sole regole di mercato: richiede una nuova funzione civile che bilanci l’efficienza con la libertà.
Un appello alla consapevolezza digitale
“Non possiamo più mettere l’essere umano da una parte e gli strumenti dall’altra”, scrive Berlusconi, invitando a un uso etico e consapevole della tecnologia. Il rischio, secondo l’autrice, è che la nostra epoca perda il contatto con il pensiero libero, consegnandosi a una logica di automatismi che sostituiscono il giudizio con l’istinto. Il suo intervento si chiude con un monito: la vera sfida non è rifiutare il digitale, ma riappropriarsi della dimensione umana dentro la tecnologia, prima che l’algoritmo diventi la nuova forma del potere assoluto.


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