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Big Tech: profitti privati, potere pubblico

Fonte: Corriere della Sera – Mediobanca, «Big tech, utili per 790 miliardi», 12 dicembre 2025.

La concentrazione estrema della ricchezza digitale

Secondo l’Area Studi Mediobanca, in appena tre anni i 119 maggiori gruppi digitali mondiali hanno accumulato profitti per 790 miliardi di dollari. Una cifra che, da sola, basterebbe a descrivere un mutamento strutturale dell’economia globale. Ma il dato più rilevante è un altro: la parte preponderante di questi utili è stata generata da sole 25 Big Tech, capaci di produrre decine di milioni di dollari di utili ogni giorno. Non siamo più davanti a imprese di successo, ma a soggetti con una capacità di accumulazione senza precedenti storici.

Liquidità senza reinvestimento sociale

La domanda cruciale non è quanto guadagnano, ma come utilizzano questa enorme massa di liquidità. Mediobanca evidenzia che circa metà dei profitti — oltre 400 miliardi — viene investita in titoli a breve termine, spesso titoli di Stato statunitensi. Non innovazione, non occupazione, non redistribuzione: parcheggio finanziario. Questo comportamento segnala un modello che non reinveste strutturalmente nel tessuto economico e sociale da cui trae valore, ma che preferisce la sicurezza del debito pubblico.

Quando le Big Tech diventano creditori degli Stati

Il passaggio è sottile ma decisivo: le Big Tech non sono più soltanto contribuenti (spesso elusivi), ma diventano finanziatori diretti del debito sovrano. In questo rapporto rovesciato, lo Stato non governa più soltanto il mercato, ma dipende anche da esso. Come nota Mediobanca, il peso delle Big Tech sul debito pubblico dimostra un’influenza che non è solo economica, ma potenzialmente politica.

Potere sistemico senza mandato democratico

Quando poche aziende concentrano profitti, liquidità e capacità di incidere sui mercati finanziari globali, il problema non è più industriale ma istituzionale. Nessuna Big Tech ha ricevuto un mandato democratico per esercitare un ruolo così centrale nell’equilibrio tra finanza, tecnologia e politica. Eppure, di fatto, lo esercita. Senza trasparenza, senza responsabilità pubblica, senza contropoteri adeguati.

Il paradosso dell’innovazione

L’argomento ricorrente è che questi profitti sarebbero il motore dell’innovazione. Ma se l’innovazione produce soprattutto liquidità immobilizzata in titoli di Stato, il mito inizia a incrinarsi. L’economia digitale prometteva crescita diffusa; ha prodotto invece una concentrazione estrema di risorse e decisioni. L’innovazione, svuotata della sua dimensione sociale, diventa accumulazione.

Perché Algopolio guarda a questi numeri

Algopolio non osserva i dati per indignazione morale, ma per analisi strutturale. Questi numeri raccontano un nuovo equilibrio di potere, in cui le Big Tech non sono solo attori economici, ma infrastrutture finanziarie e politiche informali. Finché questo potere non verrà riconosciuto, regolato e riequilibrato, il rischio è che la democrazia resti formalmente sovrana ma materialmente subordinata.

Il problema non è che le Big Tech guadagnino molto. Il problema è cosa possono permettersi di fare grazie a quei guadagni.

 
 
 

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