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La prima crepa: quando i social vengono giudicati come il tabacco

Fonte: Corriere della Sera, 27 marzo 2026 — Velia Alvich

Il caso che segna un precedente

La testimonianza di Kaley G.M. non è solo il racconto di una vicenda personale, ma il punto di rottura di un sistema. Una giovane donna che ottiene giustizia contro Meta e Google, dimostrando il legame tra uso dei social, dipendenza e depressione.

Per la prima volta, il danno non è più percepito come collaterale, ma come conseguenza diretta.

La costruzione della dipendenza

Dalle parole emerse in aula, il quadro è netto: esposizione continua, bisogno di approvazione, isolamento progressivo. Un meccanismo che non nasce spontaneamente, ma si sviluppa all’interno di ambienti progettati per trattenere l’utente.

Il punto non è quanto tempo si passa online. È perché non si riesce a smettere.

Il parallelismo con il tabacco

Non è casuale il richiamo, esplicito, alle cause contro le grandi aziende del tabacco. Anche allora, il passaggio decisivo fu riconoscere che il prodotto non era neutro.

Oggi accade lo stesso: le piattaforme non sono più strumenti, ma sistemi che possono generare danno strutturale.

La responsabilità delle piattaforme

Il cuore della sentenza sta qui: Meta e Google non sono responsabili solo dei contenuti, ma del modo in cui quei contenuti vengono resi irresistibili.

Algoritmi, feed, notifiche: elementi che costruiscono un ambiente capace di influenzare comportamenti e stati psicologici.

L’effetto sistemico

Il caso Kaley non è isolato. È il primo tassello di una possibile serie. Migliaia di situazioni analoghe potrebbero emergere, trasformando il contenzioso in fenomeno diffuso.

Le piattaforme entrano così in una nuova fase: da intermediari a soggetti pienamente responsabili.

Oltre la narrazione individuale

Algopolio sottolinea un passaggio cruciale: spostare il problema sull’individuo — fragilità, educazione, autocontrollo — non è più sostenibile.

Quando un sistema è progettato per creare dipendenza, la responsabilità non può ricadere solo su chi lo utilizza.

La vera domanda, oggi, non è se i social facciano male.È perché continuano a funzionare esattamente così.

 
 
 

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